In un contesto di piena crisi ecologica, dominato ormai da preoccupazioni, ansie climatiche, sensi di colpa ambientali, nostalgie per ecosistemi a rischio o già scomparsi, si afferma seppur per barlumi la consapevolezza di dover ripensare forme e categorie interpretative dei modi in cui condividiamo il pianeta con molti soggetti non-umani, altre specie di viventi, ma anche entità litiche, acquatiche, atmosferiche.
Riprendendo il titolo di un breve testo dove Italo Calvino dà voce a una roccia che in soggettiva restituisce il suo punto di vista sul mondo, Federico Luisetti, nel solco degli studi post umanistici, proprio a partire dalla soggettività litica prende in conto il campo relazionale dove gli esseri umani si definiscono attraverso il loro rapporto con il mondo non umano. Una ecologia della vita che mette in crisi la distinzione tra quella organica e l’esistenza inorganica (Essere pietra. Ecologia di un mondo minerale, Wetlands, pp. 112, € 16, 00).
Una visione della natura dove presenze naturali come montagne, fiumi e foreste vengono sussunte nel concetto antropologico degli esseri-terra. Soggetti politicamente rilevanti, con capacità di agire, esistenze multiple dai tratti compositi, risultanti della sfera naturale come pure catalizzatori di mitografie e rituali, simbolici e politici, entità non umane da considerare – assieme alla natura composta degli altri esseri viventi, animali, piante, funghi – soggetti ecopolitici. Montagne e ghiacciai, parte del mondo abiotico, ma anche corpi geologici, massi erratici, concrezioni sferiche di arenaria, pietre sacre, sassi modellati da fiumi.
Dalle pietre scheggiate del paleolitico – che secondo l’archeologia cognitiva di Lambros Malafouris, nel rapporto stretto mano-pietra della fabbricazione degli strumenti litici hanno strutturato la percezione e il pensiero umano per modificar l’ambiente – ai lapidari, dalle rocce sacre che fin dal neolitico accompagnano la vita quotidiana e alimentano connessioni simboliche e pratiche cerimoniali alla più recente Land art, l’universo litico, con il suo persistere oltre la misura dell’umano ha da sempre significato anche nell’ambito della cultura occidentale (e ben altrimenti in Oriente) una imprescindibile alterità. Passando per miti di creazione, sistemi cosmologici e leggende di pietrificazione, minerali rari per colori e luminescenza, pietre animate, quelle della tradizione classica, del trattato di Teofrasto, della cultura popolare, che ritrovano la strada o che ricrescono se vengon seppellite, l’homphalos di Delfi, la pietra nera della Mecca o quelle della Teogonia di Esiodo, le concrezioni sferiche di arenaria, le pietre sacre dei lacota…
Soggetti non biologici la cui esistenza contempera inconciliabilità nell’essere e mette in discussione la concezione biocentrica della vita e della persona, soggetti che peraltro resistono all’estrattivismo planetario della globalizzazione neoliberale della natura, come confermano tante lotte e politiche indigene contro le privatizzazioni dei beni comuni dagli anni 80 di acqua foreste terreni agricoli e sottosuolo in cambio del credito o della riduzione del debito.
Alternativo al paradigma della competizione tra individui biologici autonomi, è l’approccio multispecie e collaborativo della simbiosi universale dove agli organismi biologici si riconosce un’identità composita che supera confini tra specie e individualità. E non è un caso che diversi innovativi studi recenti su intelligenza, socialità e sensibilità delle piante insistano sul tema della comunicazione tra specie, in un consesso della vita dove si è piuttosto parte di alleanze e scambi orizzontali.
D’altro canto, questa indistinzione, assieme all’allargamento agli esseri non umani di una soggettività politica, e quindi di una personificazione giuridica della natura “senza distinzioni tra esseri organici e inorganici specie origine” come recita la Dichiarazione universale dei diritti della Madre terra (2010) che apre la strada al riconoscimento di diverse formazioni naturali come entità viventi dotate dello status giuridico di persona (il Gange riconosciuto dall’Alta corte giuridica indiana, il dibattito sul ghiacciaio francese della Mer de glace, il conferimento di personalità giuridica ad un ecosistema come la laguna costiera del Mar Menor in Spagna nel 2022) si scontrano con la nozione occidentale di persona che a partire da un rigido fondamento biocentrico fatica ad attribuire una soggettività politica autonoma a entità quali piante o pietre.
Con la loro dimensione ibrida e irriducibili alle forme di individualità caratteristiche degli organismi biologici, gli esseri-terra, mettendo in relazione mondi tra loro diversi, obbligano a ripensare la frattura tra natura e società operata da un pensiero coloniale ed evidenziano la dimensione relazionale del mutuo determinarsi – tra esseri naturali, umani, formazioni geologiche, entità inanimate – attraverso pratiche fondate su attenzione e reciprocità.
Così, essere soggetti ecologici, sociali e politici ed essere persone “sono esperienze che non coincidono”.
Declinati fin dal titolo in climax percorribili anche al viceversa, argomenti come giardino, città, paradiso, utopia – e natura –, individuano ambiti e genealogie di senso che nel volume di Alessandro Carrieri per Mimesis vanno poi a disporsi tra loro in tensione dialettica come in una sorta di incrementale gioco ricombinatorio (Urban eden. Giardino Città Utopia, pp. 236, € 20,00).
Il giardino come costrutto sociale, oltreché nella sua dimensione estetica, con il dibattito al seguito sul suo insopprimibile carattere politico; come luogo privilegiato di meditazione nei giardini monastici; in quelli officinali e poi botanici occasione di innesco di una rivoluzione dello sguardo; come luogo consono alla riflessione, alla creazione artistica, spazio della memoria, ma specialmente segno, metafora, esibizione del potere. Incluso quello di dominare la natura. Una natura le cui potenti valenze magiche e simboliche paiono condensarsi in quella foresta dove nasce lo spazio della soglia, del limitare; che, nell’incessante tentativo umano di comprendere, ricomporre il caos, si ritroverà depotenziata, ma ordinata, nel giardino, e per contrapposizione identitaria sarà spesso chiamata a definire proprio quella stessa città che in buona misura, a sua volta, se non è proprio dal giardino che mutua elementi e struttura, certo con questo li condivide. E mentre la progettazione vieppiù formale del giardino si accorda alle simmetrie architettoniche urbane, con l’integrazione che va stringendosi tra città e contado, è ancora sul giardino, mediatore tra costruito e paesaggio, che fa perno la teatralizzazione della natura intera.
In realtà, qui, città e natura, paradiso e giardino sono enunciati diversi riconducibili però a un medesimo desiderio di ordinare l’esistente, a un’insopprimibile tensione tutta umana a progettare il proprio ambiente di vita (e quello degli altri), al rimpianto costitutivo di un primigenio luogotempo felice – condizione ideale, immune da preoccupazioni e lavoro, con annessa nostalgia di un paradiso perduto che non sappiamo smettere di provare a ricreare.
Jardins de Marqueyssac, Perigord, Francia
In una dimensione utopica cui tendere e con la quale misurarsi nel segno ancipite della propensione dell’uomo alla cura del tessuto di relazioni di cui è parte e al tempo stesso di un dominare, controllando e manipolando l’ambiente naturale per sfruttarlo strumentalmente come spazio produttivo.
Dal “giardino architettonico che si trasferisce nell’urbanistica” a quelli botanici e zoologici, di epoca e risonanza coloniale, la dimensione funzionale finisce per farsi prevalente, mentre nella pianificazione urbana esigenze di salute pubblica si associano a propositi di controllo sociale tanto negli interventi haussmaniani di embellissement stratégique, come nei progetti di città-giardino.
Con l’affermarsi dei più recenti processi di standardizzazione di un’urbanistica tecnocratica che privilegia su tutto la circolazione di merci e capitali, tra psicosi securitarie, retoriche da smart-city, affermarsi di disuguaglianze socio-spaziali e gentrificazioni, la natura finisce surrogata al più nel decoro, neutralizzata, ridotta a elemento disciplinato e burocratizzato di arredo urbano; oppure relegata nella riserva protetta delle attrazioni a pagamento; o ancora rimasterizzata da realtà virtuali o aumentate che siano come fantasmatica tecno-natura.
Per quanto, spesso in pochi metri, il giardino ci ricorda l’evidenza del nostro dipendere dall’universo nonché l’indispensabile necessità di confrontarci da presso con la complessità di relazioni con il vivente entro cui siamo immersi. E se l’inquietante dissociazione tra uomo e natura che nell’attuale profilarsi del disastro ambientale si manifesta anche nella crisi della vocazione del giardino come cura, rischia di intaccarne anche la tensione utopica che da sempre ne alimenta l’idea, quella di immaginare e concepire possibili alterità, ogni giorno in giardino fissa l’orizzonte indifferibile di una nuova sensibilità, di un’etica che, intanto, nella pratica è già habitus, intrinseco agire politico.
Alessandro Carrieri, Urban eden. Giardino Città Utopia, Mimesis, pp. 236, € 20,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 47, Supplemento de Il Manifesto dell’11 dicembre 2023
Parco delle sculture di Franciacorta, Erbusco (BS)
Fin nel linguaggio metaforico e figurato si segnala l’affermarsi in diversi ambiti della riflessione critica di una nuova centralità del tema della vita, con l’allargarsi del riconoscimento dello statuto di soggetti anche a entità non umane – animali, fiumi, territori, suolo. Il tema della relazione tra vita, spazio e potere torna così, oltre il registro organicistico, anche nel disegno della città e del territorio. La spazialità intrinseca della vita, che spesso resta sottintesa, ritrova il profilo di una soggettività attiva, dove lo spazio non è più tanto merce, risorsa da utilizzare ma, appunto, capitale collettivo, soggetto agente.
Tra le premesse di questo processo sta la potente lettura foucaultiana di uno spazio dove l’articolarsi della vita biologica si dispiega e ricombina in strategie e relazioni di potere, spazio di corpi che assieme gli danno forma e ne sono condizionati.
Pur segnalando il rischio di un uso inflazionato del concetto di biopolitica, e allargando i temi foucaultiani – disciplina, sicurezza e governamentalità – all’ecologia profonda e all’emancipazione del soggetto, quindi alla possibilità di una politica della vita volta a sé, una biopolitica affermativa, Paola Viganò, docente di Teoria e progettazione urbana a Losanna e allo Iuav di Venezia, ma anche progettista e realizzatrice di molti interventi di trasformazione, anche a scala territoriale, riprende questo strumentario nel suo ultimo libroIl giardino biopolitico. Spazi, vite e transizione, Donzelli, pp. 280, € 35,00. Tra analisi critica e dimensione progettuale, continua qui la sua riflessione sul ruolo abilitante dello spazio – dispositivo di liberazione del potenziale per ciascuno di emancipare sé stesso e “strumento essenziale di redistribuzione: di opportunità, giustizia, orizzontalità” –, nonché il ripensamento e la messa a verifica del progetto di città e territorio come tema biopolitico. Entro il più ampio orizzonte di un complessivo sistema di relazioni tra entità, si tratta perciò di un territorio allargato ad agenti umani e non umani. E però, lui stesso, un territorio-soggetto con una sua qual certa autonomia, di cui in premessa Viganò sostiene occorra assumere le ragioni perché possa avviarsi una vera transizione ecologica, sociale ed economica.
Ripercorrendo temi progettuali e metafore di una loro possibile lettura biopolitica e analizzandone lasciti e permanenze, vengono ripercorsi tre fondamentali tipi di spazio innovativi del Novecento: lo spazio funzione (utilitarista, normativo, dell’ordine e standardizzazione), lo spazio natura (organico, discontinuo, delle città giardino e delle forest towns), lo spazio sociale (dominato dall’idea di struttura, flessibilità, modularità, partecipazione). Con corredo di relative idee ed estetiche. Mentre, per converso, l’impianto teorico del volume viene misurato sui temi che emergono dalla negoziazione e dalla pratica di progetto degli specifici interventi presentati nella terza parte del volume: dal consumo e rigenerazione di suolo, anche di quello urbano, alla metropoli orizzontale, dall’idea di paesaggio come infrastruttura alla metodologia del procedere per prototipi della transizione, dall’ingiustizia spaziale e sociale al dispositivo narrativo e progettuale dell’utopia.
Così, mentre a cornice delle possibili ragioni dello spazio moderno, si sollecita un (per quanto prototipale e utopico) “allargamento dell’immaginario economico” e una complessiva revisione di paradigmi produttivi e aggregazioni politiche alternative, nonché l’urgenza di saldare le riflessioni urbanistico-architettonica con quelle sul paesaggio e la sua ecologia, il giardino biopolitico, nella sua accezione propositiva, si prospetta luogo ideale e assemblaggio in simultanea di modelli e spazi reali, opportunità di interazione e ridefinizione delle relazioni tra umani e non umani, misura di coesistenza, sociale e assieme ecologica, ipotesi di una biopolitica affermativa.
Paola Viganò, Il giardino biopolitico. Spazi, vite e transizione, Donzelli, pp. 280, € 35,00 , recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 45, Supplemento de Il Manifesto del 26 novembre 2023
Tra le molte riflessioni critiche dedicate a nuovi, consapevoli modi di vivere immersi nel sistema di relazioni con il vivente che chiamiamo natura, quelle che attingono alle pratiche ci parlano con un’efficacia davvero immediata.
E le pratiche della coltivazione dell’orto – a cavallo tra esercizio di attività concrete e vocazione meditativa, svago e fonte di integrazione alimentare, gioco, esperienza creativa e momento spesso di condivisione – condensano in sé una sorta di continuo spiazzamento, tra scoperta e apprendimento.
Dato che nel prendersi cura della terra, là dove intervengono mille variabili, non valgono tanto ricette universali quanto un’attitudine a sperimentare continuamente. Ad affinare un’attenzione che parte dall’osservazione delle erbe che spontaneamente crescono e nel corso dell’anno variano in un terreno di cui si rivelano così elemento bio-indicatore, fino alle piante poi coltivate, che devono diventare nostro alimento senza impoverire il suolo di cui sono il principale attore trasformativo.
Proprio il rispetto e l’amore per il suolo sono il fondamento delle sperimentazioni che Francesca Della Giovanpaola richiama nel suo volume di riflessioni e spunti pratici intitolato a La cura della terra. Seminare, coltivare, vivere, Mondadori, pp. 173, € 18,50.
Giornalista e poi permacultrice, da ormai oltre dieci anni ha avviato un percorso di ritorno alla terra, con relativo variar di mestiere e prospettiva, concretizzatosi nell’esperienza del Bosco di Ogigia – con un ideale richiamo nel nome all’isola della ninfa Calipso come esempio di antica foresta commestibile. Un bosco alimentare, spazio condiviso racchiuso in soli 2.500 metri quadrati, ma anche un sito internet, innesco di interventi su temi orticoli e ambientali tramite canali social, con video postati al seguito delle stagioni da questo crocevia di boschetti di alberi da frutto, viti, esperimenti ortistici, prati spontanei, linee di riforestazione.
Diana Scherer, InterWoven
Frutto delle tante variabili che contribuiscono a formarlo, il suolo, la sua parte superficiale di poche decine di centimetri, un sottilissimo strato in grado di sostenere la vita sulla superficie terrestre, è un organismo vivente dove interagiscono con le componenti minerali miliardi di forme di vita che abitano la terra e contemporaneamente la creano. In un processo dunque dai tempi lunghissimi dove concorrono insetti decompositori, ragni, grillotalpa, lombrichi, radici delle piante – con estensioni inimmaginabili e che si spingono fino ai 40 metri di profondità di quelle di una quercia – batteri e funghi micorrizici con la loro pervasiva rete di distribuzione di nutritivi e informazioni, e perfino i moltissimi semi immersi nel sottosuolo sempre pronti a uscire dalla quiescenza. Malgrado la conflittualità che nella coltivazione dell’orto talvolta oppone i vari protagonisti che si contendono i raccolti (le lumache, tanto per dire) quel che emerge è il rilievo imprescindibile della rete di connessioni che legano tra loro esseri viventi e ecosistemi.
Della Giovanpaola ripercorre nel volume esperienze e rinunce, tecniche e filosofie sperimentate nel Bosco di Ogigia. Dall’agricoltura naturale del microbiologo e contadino giapponese Masanobu Fukuoka, che nel suo La rivoluzione del filo di paglia mette in discussione la moderna agricoltura sostenendo che arare il terreno faccia solo danni e che soltanto non capovolgendo le zolle si rispettano le reti sotterranee della vita, all’agricoltura sinergica ispirata a Emilia Hazelip. Dalla coltivazione biointensiva che lavora sulla profondità, la condizione del suolo e il suo nutrimento, alla permacultura, ispirata a diversità e flessibilità degli ecosistemi naturali, enfatizzando le connessioni tra elementi.
Per finire alle linee di riforestazione con il metodo dell’agricoltura sintropica. Dove, nel suo caso, associare alberi da frutto, siepi miste, e vegetali in collaborazioni fruttuose – leguminose per fissare l’azoto, piante per attrarre gli impollinatori o adatte a fornire una pacciamatura nutriente, che respingono i parassiti (come tagete e nasturzio) o capaci di estrarre sostanze nutritive presenti in profondità.
Pratiche nuove che, contro l’agricoltura estrattiva, che sottrae fertilità al suolo senza restituirla, contro disboscamenti, avvelenamenti da pesticidi, cementificazione, – in Italia si consumano al secondo più di 2,2 metri quadrati di terra allo stato naturale e ogni giorno si perde terreno per 19 ettari, con incremento di superfici artificiali – assieme con l’impegno di prendersi cura del suolo e delle sue fragilità, siano in grado di individuare e sperimentare modi capaci di conservarne – o ricrearne – la fertilità.
Tutto inteso a mostrarci Perché il mondo vegetale ci assomiglia più di quanto crediamo, come evidenziato già a partire dal sottotitolo, l’impianto del volume del filosofo della scienza Paco Calvo, Pianta Sapiens, si colloca sul filo del paradosso nel divario che ci confronta con la sconcertante alterità di quelle onnipresenti forme del vivente.
Che, per quanto imprescindibili per la nostra esistenza di animali umani – con le nostre capacità percettive e organi di senso tarati su altre scale, nonché i molteplici autoinganni di una prospettiva tutta antropocentrica –, ci risultano spesso così difficili da comprendere talché nei loro riguardi, fin dagli anni 90, si parla di una nostra umana, irriducibile cecità (con Natalie Lawrence, traduzione di Allegra Panini, Il Saggiatore, pp. 360, € 23,00).
Un’alterità, quella delle piante, cui occorre rapportarsi quindi con uno sguardo diverso e un’attenzione nuova, propri di una ricerca multidisciplinare che nel solco di un filone ormai cospicuo di studi da alcuni anni concorre a ripensare un mondo naturale fatto di molti attori interconnessi e relazioni in continuità, smontando e faticosamente correggendo convinzioni riguardo a centralità e supremazia del punto di vista umano sull’universo. E dell’intelligenza come suo presunto tratto esclusivo.
Marc Quinn, Prehistory of Desire, 2010 Bronzo dipinto
Per cercare di comprendere la vita interiore delle piante, approssimarsi a intendere la vera natura della loro intelligenza, un certo acume o ingegnosità oltre l’adattamento reattivo, di pure e semplici risposte automatiche e nella direzione di una capacità cognitiva anticipatoria – i girasoli non reagiscono ma anticipano la direzione del sole –, flessibile, e interessata a produrre cambiamenti nell’ambiente, una serie di studi che si collocano sul crinale tra botanica e scienze cognitive vengono qui ripercorsi fino alle più recenti acquisizioni. Dalla fisiologia alla neurobiologia vegetale – ma anche dalla biosemiotica alla fitoetica –, riconvocando per le piante capacità a lungo ritenute di dominio esclusivo degli animali. Dal movimento della circumnutazione dei viticci già studiati da Darwin alla ricerca di un sostegno nello spazio al funzionamento della comunicazione di meccanismi elettrici di segnalazione di un sistema fitonervoso che risponde a stimoli, variazioni di luce, temperatura, a sofisticati esempi di apprendimento, capacità di ricordare (condizioni di siccità precedenti, conservando acqua) e di distinguere, nella competizione per le risorse, specie diverse dalla propria.
Nell’inestricabile dialettica tra fisiologia e comportamento, tra qualche scetticismo e nell’ambito del più generale dibattito sulla natura della coscienza, spesso si affaccia la questione controversa su come considerare che le piante siano senzienti, in senso lato coscienti, e di come i tratti di una loro specifica intelligenza o vita cognitiva, insomma una coscienza vegetale tra molte virgolette, comporti implicazioni etiche, considerazioni sul loro statuto morale, e anche a una loro presa in conto come soggetti di personalità e diritti.
Un intero capitolo è dedicato poi a illustrare come la nuova prospettiva che ci inducono ad acquisire questi attori vegetali sia di ispirazione in vari ambiti, dalla biomimesi alle suggestioni sui tipi di materiali da loro impiegati. Fino a come stiano giocando un ruolo importante, per esempio nell’ispirare nuovi paradigmi nella robotica, aprendo una nuova era di Robot verdi, con corpi modulari, capaci di estendersi nello spazio.
Un dinamismo, quello delle piante, fatto di crescita piuttosto che non locomozione. Per i nostri pregiudizi animali che inestricabilmente collegano invece movimento e intelligenza, così poco immediatamente apprezzabile e comprensibile. Anzi sconcertante. Tanto che, senza scampo, fin nel titolo misuriamo il divario con il vegetale basandosi su quanto… ci si somiglia.
Prima ancora di precisarsi come genere o ambito a sé, l’illustrazione botanica, svolge a lungo, di pari passo con il perfezionarsi delle pratiche di identificazione e documentazione delle piante, la funzione di accompagnare e puntellare l’anelito classificatorio che fin dal XVIII secolo, nel quadro del dilatarsi di orizzonti e curiosità naturalistiche, anche per via dei nuovi viaggi di esplorazione, informa il definirsi della botanica come disciplina.
Frutto spesso di rilevazioni sul campo da parte di abili disegnatori in collaborazione stretta tra pittori e botanici, nonché di successive rielaborazioni e sistematizzazioni come materiali d’insegnamento o in vista di pubblicazioni complessive, queste raffigurazioni restituiscono variamente informazioni accurate, d’insieme e di dettaglio, focalizzando aspetti specifici, anatomici e funzionali o illustrando il progredire delle diverse fasi di sviluppo dei soggetti ritratti, dal seme al frutto.
In un inesausto operare per tentativi tra giardinieri e botanici, appassionati e collezionisti, finisce così per precisarsi un linguaggio condiviso di arte botanica immediatamente comprensibile, a vari livelli di approfondimento e per un pubblico internazionalmente diffuso.
Con esiti diversi, attitudine analitica e aspirazione per la catalogazione si combinano a curiosità, meraviglia, valenza conoscitiva del saper cogliere sinteticamente la varietà del reale.
Narrazioni di grande raffinatezza, nell’impaginazione del soggetto come nella cura scientifica della resa dei dettagli, son quelle delle tavole realizzate dal pittore di talento Sydney Parkinson, che il grande naturalista e botanico inglese Joseph Banks invia nel Pacifico al seguito del primo viaggio di esplorazione dell’Endeavour, sotto il comando del capitano James Cook nel 1768.
A partire dagli schizzi rilevati sul campo, e ripresi poi come base di molte tavole realizzate al ritorno dai viaggi di esplorazione, con la regia di Alexander von Humboldt vengono messe a punto procedure che privilegiano una fitta integrazione di testo e immagini, verso la resa di quell’impressione totale che, collegando il dettaglio e l’insieme, ricerca relazioni. In una sperimentazione delle tecniche della rappresentazione delle piante che ibrida codici di saperi diversi verso una sintesi tra pensiero razionale, emozione, immaginazione, si arriva – assieme con disegni naturalistici, tavole di anatomia comparata, paesaggi geologici e idrogeologici, vedute pittoresche di paesaggi e carte geografiche – all’uso dei tableaux, sorta di riassunto grafico, sistema sinottico tra rappresentazione pittorica e elaborazione visiva dove, incorniciando figure e relazionandole a una serie di misurazioni e tabelle, vengono visualizzati un gran numero di dati raccolti, ordinati in una logica comparativa per ricercare e evidenziare rispondenze e analogie, interconnessioni tra i fenomeni.
Con Carl Friedrich Philipp von Martius, che esplora il Brasile dal 1817 al 1820, assieme ai Resoconti di viaggio lodati da Goethe per la qualità letteraria, e alla descrizione sistematica della Flora Brasiliensis, il risultato del tutto innovativo è una monografia che, a partire dall’esperienza diretta ma anche tramite lavori altrui, sistematizza le conoscenze del tempo su una famiglia specifica.
La Historia naturalis palmarumanalizza “tutte le palme apparse sulla terra, quelle ancora viventi e le testimoni fossili”. Tre ponderosi volumi corredati da 240 litografie di grande formato saranno stampati tra 1823 e 1853 grazie a sottoscrizioni e prenotazioni in varie versioni, alcune colorate. L’immagine esatta della pianta e delle sue parti in prospettiva – con la composizione sinottica nella tavola delle relazioni tra i diversi elementi – arriva a includere il disegno “di paesaggio” di palme isolate (che invece raramente si presentano tali in natura) funzionale a farne risaltare la struttura, ma inquadrandola così nel contesto del suo habitat, si direbbe oggi.
Kate Nessler, Althaea rosea, Acquerello e matita su pergamena, 2003
Al di là del ruolo di supporto alla riforma della nomenclatura delle piante, le diverse rappresentazioni grafiche delle loro fisionomie si affermano in questi secoli come fonte diretta di studio. Imprescindibile, immediata integrazione visiva. Mentre dal punto di vista pratico, oltre a catturare l’interesse del lettore, servono a documentare varietà di frutti coltivati per la vendita, nonché come supporto per la commercializzazione di nuove piante da luoghi remoti.
Dando seguito a questa lunga tradizione di attenzione e sensibilità, un importante volume presenta ora una raccolta di alcune tra le più belle, recenti tavole premiate con la medaglia d’oro per l’illustrazione botanica assegnate da una delle più antiche e tutt’ora prestigiose istituzioni nell’ambito della ricerca botanica e del giardinaggio, la Royal Horticultural Society e conservate dalla Lindley Library: Illustrazione botanica, a cura di Charlotte Brooks Royal Horticultural Society-Guido Tommasi Editore, pp. 256, € 35,00.
Già nel 1806, un paio d’anni dopo la sua fondazione, la Società aveva cominciato a commissionare a illustratori e incisori assunti disegni e dipinti di specifiche piante.
Tra i suoi consiglieri, sir Joseph Banks, Richard Salisbury e Thomas Andrew Knight, sempre al lavoro a stretto contatto con gli artisti, e, tra le prime immagini, quelle realizzate per illustrare una raccolta di articoli dei membri da William Hooker, celebre anche l’enorme Victoria regia (oggi denominata Victoria amazonica) fiorita per la prima volta nei giardini di Kew a metà 800.
Immagine tratta da Description of Victoria regia, or, Great waterlily of South America, 1847
E se durante i primi 50 anni si era così andato costituendo un corpus di oltre 2.000 dipinti, oggi la collezione della Lindley Library consta di circa 30 mila opere e comprende anche alcune immagini di giardini che si rivelano testimonianze tanto più preziose per ricostruirne lo stato dell’epoca.
Nel 1859, come risulta dal catalogo di vendita Sotheby’s, il materiale della Lindley e la collezione di disegni dovettero però essere venduti all’asta per raccogliere fondi per la Società, allora sull’orlo del dissesto finanziario.
Molti originali saranno poi recuperati nel corso del XX secolo, tra cui gli album di frutti di Hooker, nel 1926.
Tra lasciti, esposizioni, mostre competitive e nuovi acquisti – nel 1912 quello di 100 acquarelli botanici cinesi –, il patrimonio di album e disegni si andò ricostruendo malgrado gli impedimenti delle due guerre mondiali e il calo di considerazione per il montante ruolo della fotografia, dopo la seconda.
Con gli anni 60 si assiste però a un ritorno di interesse per l’arte botanica e negli anni 90, una nuova politica di acquisizioni sposta l’enfasi della collezione dai soggetti agli artisti, con maggiore attenzione a progetti e temi, finché una nuova ribalta dell’arte botanica si apre in questi ultimi vent’anni del nuovo millennio.
La selezione proposta nel volume da Charlotte Brooks, curatrice della collezione, testimonia anche di quanto questi riconoscimenti abbiano, nel tempo, fissato in certa misura un parametro di valutazione e dà conto specialmente di un recente ritorno in auge dell’illustrazione botanica, perfino in questa nostra epoca della fotografia digitale.
Al di là di una rassegna di testimoni insigni della storia di quest’arte – in gran misura, di talenti declinati al femminile –, il volume evidenzia e isola alcune tendenze e temi ricorsivi.
Per ritrarre e trasferire l’essenza di una pianta in un dipinto si assume così spesso un’angolazione insolita, oltre a forzare il confronto dei portamenti. L’esigenza di ridire i cambiamenti stagionali, che condiziona a dipingere nell’arco di più stagioni di crescita, si spinge fino a ritrarre soggetti in decadimento (Gael Sellwood), esemplari curvi e logorati in una sorta di Celebrazione dell’imperfezione, come recita il titolo di una serie di dipinti o come nel caso degli anemoni di Giulia Trickey, che ri disseminandosi, spiumano intorno i semi.
Un gruppo di dipinti è intitolato alle Infiorescenze, come quelle spumose, color champagne della olmaria raffigurata da Bernard Carter, o alle Piante con nomi di animali nel nome comune – la ligularia, in inglese leopard plant. La serie delle Piante parassite della regione di Città del Capo, dipinte a grandezza naturale per l’identificazione da Lynda de Wet, viene resa nella rispettiva gerarchia dei ruoli, con l’acquerello per la parassita Harveya capensis e in grafite per l’ospite, Centella asiatica.
Altre mostre a tema riproposte nel volume riguardano Aspetti dell’aglio o l’insolito Fascino delle radici, nel rabarbaro di Norma Gregory. Acquarelli di classici crisantemi giapponesi si affiancano a quelli di verdure, dal carciofo al cavolo, di cui si evidenzia rilievo e ravvicinata bellezza domestica, come per la cipolla tagliata di netto o la buccia srotolata della patata che vien mostrata pelata da Clare McGhee.
Se molto importante è, pressoché sempre, lavorare con materiale botanico vivente, le tecniche, oltreché a scelte di stile, si associano volta a volta a tipologie di soggetti e alle differenti esigenze di resa.
Dalla composizione tradizionale per elementi con sezioni trasversali e ingrandimenti, o secondo diversi angoli di osservazione in ragione di essenziali reinterpretazioni, magari in assenza di foglie e rami, per ottenere un’immagine più contemporanea, pulita. La scelta di scorcio e prospettiva per dare all’orchidea un aspetto naturale o la disposizione degli esemplari di Piccoli frutti estivi, ognuno accompagnato con un’ombra per accentuarne il rilievo e evitare che sembrino fluttuanti, posti uno vicino all’altro come appena raccolti, a confrontarli per dimensione, trama e forma.
La tecnica delle matite colorate, funzionale a ottenere tenui variazioni, ritorna popolare dalla metà degli anni 80 del 900, mentre è l’acquerello a catturare trasparenza e sugosità del limone in sezione di Annie Hughes, come le ghiandole dell’olio sulla sua buccia. E gli essenziali disegni a grafite son quelli che meglio si addicono alle Felci native del Peak District, con le fronde che si aprono man mano. Mirabile, la resa nel dettaglio degli aghi di pino o delle complesse venature e della trama delle foglie della Begonia masoniana di Sue Williams.
Alcune composizioni fanno un uso deciso dello spazio non dipinto della carta, utilizzato come colore di base per raffigurare fiori bianchi posti dinanzi a foglie scure (come la vaniglia imperiale di Lizzie Sanders). Meticolosi studi a penna con inchiostro vengono scelti per ritrarre esemplari imperfetti già citati, come li incontra Chatarine Nicholson, mentre colorazioni e venature della pergamena non trattata vengono incorporate nel disegno di Kate Nessler, nell’alcea con le foglie divorate, ridotte a scheletriche nervature.
Così, tra riproduzioni che continuano a ispirarsi alla tradizione di fine 800, specialmente nella pittura di orchidee, e opere che si fanno quasi astratte, ispirate a sagome, forme e trame del mondo naturale, si gioca lo spazio dialettico tra creazione artistica e illustrazione naturalistica.
Con usi laterali che sempre più – e nuovamente – strabordano dimotivi floreali su piatti, decorazioni, arredi, stoffe, porcellane, cartoline.
Illustrazione botanica, a cura di Charlotte Brooks, Royal Horticultural Society-Guido Tommasi Editore, pp. 256, € 35,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 39, Supplemento de Il Manifesto del 15 ottobre 2023
Con il suo lento procedere e l’ipertrofia linguistica che su scala globale la connota, l’architettura contemporanea si è spesso andata ritirando dal suo ruolo pubblico e sociale. Eppure, in un tempo sempre più spaesato, inquieto, costantemente in emergenza fino a ridursi a un fluido, eterno presente cannibalizzato da un immaginario collettivo onnivoro, il reale dei luoghi diventa centralità ancor più necessaria.
Anche dopo il superamento della divisione modernista degli spazi per funzioni è prevalso un indistinto totalitarismo di luoghi anestetizzati dove, smarrita ogni organica, anarchica, stratificata ricchezza di storie, ogni irregolare ambiguità è stata progressivamente espunta. Eppure, la qualità dello spazio resta uno dei pochi antidoti rispetto a un individualismo che rimuove la complessità del sistema di relazioni in metamorfosi continua entro cui siamo immersi.
Con sguardo eccentrico, l’architetto e curatore Luca Molinari mette ora a tema l’esigenza da parte dell’uomo sensoriale di reinventare una perduta relazione con l’anima dei luoghi, nonché il ruolo di innesco progettuale costituito dal lasciarsi sorprendere dalla presenza di luoghi involontari e anomali, disoccupati che si fanno laboratori aperti, nonché dalla bellezza dello spazio comunitario, democratico, dove riconoscere disuguaglianze e abitare il conflitto.
Aldo Van Eick, Playground Zaanhof, Amsterdam, 1948, Foto Wim Brusse
Procedendo per frammenti, esempi d’interventi progettuali, artistici – da quelli di Aldo van Eyck, ad Amsterdam, con un sistema di centinaia di parchi gioco come modo per ripensare la città, all’operazione di Lacaton & Vassal, che a Bordeaux anteponendo alla facciata residenziale un nuovo corpo profondo due metri, completamente aperto e trasparente, cambiano gli affacci senza spostare gli inquilini – La meraviglia è di tutti, quasi in uno sfogliar d’immagini e suggestioni, indaga la relazione tra sensi, desiderio, progetto (sottotitolo: Corpi, città, architetture). In particolare nella fertile dialettica tra sentimento della meraviglia e i grandi spazi della narrazione collettiva, i luoghi del potere, la tecnica, il nostro corpo, le nature del vivente. Ovunque, dove variamente si appalesano il potenziale di resistenza dei luoghi al continuo fluire di un consumo immediato e l’occasione d’invenzione che per una riformulazione poetica del reale implica il vuoto in attesa (Einaudi, pp.155, 14,00).
Riflettere sul senso e sul ruolo della meraviglia, nel disorientamento e nel senso di inadeguatezza prodotti dal cambiamento repentino e radicale di un punto di prospettiva, significa per Molinari integrare le nostre emozioni come strumenti di attività progettuale. Tornare a dar centralità al progetto in una dimensione critica, mobilitando nuovi interrogativi, avviando rotture di senso, decolonizzando concetti e linguaggi. E in questa presa di responsabilità politica e visionaria, dove il progetto gioca un ruolo eversivo, aperto e poetico, assume rilievo la nuova centralità, simbolica e sociale, del progetto di paesaggio.
Un approccio capace di ripensare le relazioni con la natura in una strategia postumanista di rigenerazione circolare, in grado di integrare le molteplici differenze e interazioni tra umano e altre forme viventi. E dove, tenere in conto l’impermanenza e le diverse temporalità, non soltanto umane, imparare dal caso affinando l’attenzione – anche all’arte involontaria che si produce in natura, additataci da Gilles Clément –, accogliere l’imperfetto, il residuo, lo scarto, ma anche il conflitto, son tutte attitudini che concorrono a ripensare gli spazi condivisi, riconsiderando anche la relazione tra progetto e comunità che lo abitano in una logica di condivisione.
Tra architetture sociali temporanee, inclusive, fin anche mobili, a integrare il divenire, l’eterogeneità, e attenzione agli antichi saperi climatici come all’idea di un nuovo “contratto spaziale”, occorre insomma imparare di nuovo, con meraviglia, a sentirci spiazzati, e non fuori luogo.
Per quanto nelle culture di molti popoli indigeni la foresta sia da sempre pensata come somma di alberi persone, che seppur di nazioni diverse cooperano in pace per una buona sorte condivisa, soltanto da pochi decenni si è arrivati a intravedere, scientificamente, una loro vita sociale fatta di connessioni e dialoghi a partire da una capacità specifica di percepire l’esterno e relazionarsi tra loro.
A lungo si è ritenuto invece che essi interagissero attraverso la competizione per la luce e le risorse e che soltanto questa dialettica, cruciale per la selezione naturale, plasmasse le foreste in una logica evolutiva.
Ancora a fine degli anni 90 del secolo scorso non era affatto chiara l’importanza che anche la cooperazione svolgeva nelle foreste. Che, pure sulla base di nuove ricerche e sperimentazioni, si andavano rivelando pervase da centinaia di chilometri di micorrize, reti sotterranee di radici in simbiosi con funghi. Un reticolo di collegamento tra alberi, anche di specie diverse, non più individui isolati, ma in una interdipendente costellazione, con snodi e connessioni, a far da tramite per lo scambio di messaggi – avvisi di allerta – e sostanze nutrienti
Piet Mondrian, Foresta (studio di alberi), 1912
Di questa rivoluzione dello sguardo rivolto al sottosuolo e del suo travagliato, talvolta osteggiato, procedere per via di intuizioni, vicoli ciechi e centinaia di sperimentazioni, ci racconta ora Suzanne Simard, nel suo L’albero madre.Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta, traduzione di Silvia Albesano, Mondadori, pp. 447, € 24.
Scartando tra gustoso ripercorre episodi di una biografia esistenzial-scientifica e puntuale descrizione da presso di ipotesi indiziarie e articolati esperimenti, l’autrice, oramai affermata ecologia forestale all’Università della British Columbia, in Canada, ma a lungo, anche per origine familiare, partecipe del mondo forestale, racconta del modo in cui gradualmente si fa chiaro come gli alberi, correlandosi e condividendo energia e risorse, nonché adattando i propri comportamenti al funzionamento della comunità, nel mantenerla prospera perseguano propri egoistici interessi.
Impegnata fin da giovanissima nel lavoro stagionale come taglialegna, prima di approdare alla docenza universitaria, Suzanne fu a lungo ricercatrice critica presso il servizio forestale, che, se da un lato in quegli anni cominciava a riconoscere il ruolo della biodiversità in foresta, dall’altro, sulla scia indicata dalla rivoluzione verde in agricoltura, propendeva per politiche intese al profitto, sostenendo che una più rapida crescita degli alberi da taglio prevedeva l’abbattimento delle latifoglie autoctone, colpevoli di sottrarre risorse ai pini con i quali convivevano
Dalla sega trasversale, al giratronchi per rotolarli nei canali, la Simard passerà alle sonde a neutroni o agli analizzatori a infrarossi per misurare livelli e quantità di acqua presenti nel terreno, pressione idrostatica dello xilema quantità di luce, tasso di crescita, presenza di azoto. Tra maternità, malattie, separazioni, e ancora indagini, conferenze, documentari, sullo sfondo delle grandi proteste contro i disboscamenti, ecco, nell’agosto del 1997, la pubblicazione su Nature del seminale articolo proposto come storia di copertina che, con efficace, tempestiva sintesi, evoca un inedito wood-wide-web.
Per arrivare poi alla definizione del concetto di Albero madre, elemento di snodo di quelle reti forestali ctonie, in grado di distinguere tra consanguinei ed estranei, e favorire tuttavia l’intera comunità dove peraltro cresce la loro prole. Aiutando le giovani piante a inserirsi nel giardino fungino dei più anziani, vivendo, magari persino per decenni, nella loro ombra e trasferendo risorse agli altri individui nella fase terminale della propria vita.
Il tutto in un più ampio quadro di interazioni. Un dare avere a doppio senso, diverso magari con l’avanzare delle stagioni, verso un equilibrio a lungo termine, riflesso come idea di fondo perfino nel film Avatar del 2009.
Nella nuova, aumentata attenzione che nel complessivo affollarsi di relazioni con il non-umano riserviamo al paesaggio animale, assieme all’avvio di una ricognizione della fauna inurbata, spesso invisibile, nelle pieghe di artificiali habitat cittadini che con loro condividiamo, si affianca ora un modo diverso di guardare al selvatico.
Quello, magari, degli animali che, provenendo da universi distanti, finiscono per instaurarsi nel nostro paesaggio domestico. Transfughi involontari al seguito di merci, commerci e turismi, oppure in fuga dall’alterazione delle condizioni dei loro ambiti di provenienza, o che al viceversa, finalmente ritornano in paesaggi un tempo loro, poi però a lungo disertati. Ritenuti estinti, perché divenuti inutili o dannosi.
Perché spesso è comunque l’essere umano ad assegnare patenti del genere, a decidere chi è benvenuto e chi no.
E, proprio a partire dalla critica di questa presunzione antropocentrica di tutto poter regolare e controllare che muove la penna di Massimo Zamboni, chitarrista e cantautore, tra i padri del punk rock italiano, compositore per i CCCP e poi i CSI, fattosi da tempo scrittore e ora naturalista curioso. Che nel suo Bestiario selvatico. Appunti sui ritorni e sugli intrusi, infila una serie di brevi ritratti animali, che son anche storie dei luoghi prescelti e che ora li ospitano e delle relazioni con gli esseri umani che li incrociano e con cui variamente condividono convivenze e attenzioni, frizioni e incantamenti (La Nave di Teseo, pp. 180, € 18,00, illustrazioni dello zoologo Stefano Schiaparelli).
Stefano Schiaparelli, Castoro
Si tratta di incontri tutti sul limitare, di paesi tra foreste e confini, dalla pianura padana alle risaie piemontesi, tra prime periferie, spazi residui di una natura sempre più antropizzata, borghi appenninici, aree confinanti con rettifili di strade, rive di fiumi, acque fangose di stagni di collina.
Interlocuzioni dove, consapevoli almeno a tratti delle strette relazioni di interdipendenza che, pur nell’alterità, intratteniamo con questi animali intrusi, per evocarne le fisionomie, come sottolinea Zamboni, non sappiamo far nulla di meglio che umanizzarne i tratti. Assomigliandoli a noi, non soltanto perché non sappiamo rinunciare a porci come misura di tutto, ma perché, così facendo, tendiamo a diminuirne alterità e bellezza che inconfessabilmente avvertiamo superiori alla nostra.
Così, l’airone di cui si racconta il ritorno a popolare luoghi dove da tempo era scomparso, dalle zone umide emiliane agli stagni in Toscana, ricorderebbe la fisionomia di un notabile solitario che, rimuginando, borbotta tra sé con le ali come braccia conserte dietro la schiena. Mentre se i gamberi della Louisiana, andati a sostituire i nostrani nelle acque fangose del torrente Rodano, nei pressi di Reggio Emilia, chissà come saranno arrivati lì, le cicogne sul tragitto della loro rotta migratoria hanno scelto proprio quel fazzoletto di campagna reggiana, a Gavasseto, dove al loro apparire accorrono in visita scolaresche e appassionati.
Stefano Schiaparelli, Fenicottero rosa
La ricognizione prosegue, tra il riapparire nella penisola, dov’era assente da cinquecento anni, di un castoro, per ora adottato dall’Austria e i progetti di migrazione assistita dell’ibis errante. Si dà conto delle implicazioni della coevoluzione evocando l’epopea del cinese Cinipide del castagno che, dopo alcuni decenni di indisturbate distruzioni, sembrerebbe sbaragliato dall’insetto antagonista, o la preoccupazione per la piralide del bosso che dall’Asia ha invaso i giardini all’italiana ridisegnandone la topiaria, ridotta all’essenza di foglie divorate e scheletriche nervature. Per approdare ancora nelle Valli di Comacchio, dove mai si eran visti prima d’ora quei fenicotteri che son diventati ormai da una ventina d’anni presenza consueta. Per quanto, ancora non al punto di aver trovato un loro nome – si sottolinea – nel dialetto locale. Ma pur sempre capaci, soltanto con la loro figura, di innescare radicali cambi d’orizzonte.
Massimo Zamboni, Bestiario selvatico. Appunti sui ritorni e sugli intrusi, La Nave di Teseo, pp. 180, € 18,00, illustrazioni dello zoologo Stefano Schiaparelli, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 29, Supplemento de Il Manifesto del 30 luglio 2023
Rivendicando in premessa l’irriducibilità di un rapporto tutto personale con i luoghi e l’improponibilità di regole universali per quanto attiene l’arte dei giardini, il paesaggista Antonio Perazzi, paradossalmente, propone poi invece un Manifesto.
Qui, con andamento apodittico e toni a tratti perentori, in una successione di affermazioni scandite contro quei pregiudizi e luoghi comuni dove così spesso si corre il rischio di scivolare, normativamente, sarà proprio la centralità del protagonismo in giardino delle piante (e di insetti, e vari animali di passaggio) e l’opportunità di frequentare da lì una natura sempre più residuale, fino a trarne una rinnovata dimestichezza, a emergere per costituire un’indicazione, anche metodologica.
Per assumere, complice, la vegetazione come una opportunità progettuale, così da ridurre la deriva diffusa verso un giardino prono all’artificio purché sia, contemperare l’ego sempre in agguato di una creatività fatta di allestimenti geometrici, arredi e accessori amorfi, dove le piante son spesso ricomprese, soltanto e se in una forma preordinata, occorre ribaltare lo sguardo prevalente che solitamente riserviamo a una natura rispetto alla quale ci pensiamo esterni.
Per praticare esercizi di lettura, anche botanica, dell’ambiente – decrittando consociazioni spontanee che si adattano alle diverse condizioni. In un’attitudine che ci consenta di comprendere meglio il carattere dei luoghi, percepire il flusso biologico del territorio, intuirne i tempi di sviluppo nel paesaggio.
Dinamiche che, poi, nel processo artificiale e nella pratica progettuale che serve a dar origine al giardino, occorre rivelare e magari rilevare. Assecondando l’energia della natura spontanea per conferirgli forma e senso, modulando il dialogo continuo tra soggetti vivi, temporalità diverse, metamorfosi.
Specialmente, nel contesto di trasformazioni incessanti dell’irrequieta flora mediterranea. Fonte di ispirazione anche nella gestione delle risorse di acqua e suolo, organismo vivo, maestra di adattamento in un apparente disordine biologico proprio di un evolvere continuo del paesaggio. A partire dall’irrefrenabile vigoria delle piante annuali, intese ad andare a seme, a quelle mediterranee, a crescita intermittente, e magari doppia fioritura, a quelle, ancora, che al nord vivono brevi stagioni calde e hanno perciò una velocità di sviluppo accelerata.
Spesso, difatti, “il progetto di un giardino consiste nel dare forma al tempo” piuttosto che non alle cose, ricorda Perazzi.
Momento di contatto tra natura pensata e natura interpretata, sintesi tanto di potenzialità inespresse dei luoghi quanto di necessità e usi sociali, nonché della dimensione estetica, il giardino così concepito, oltre a esser tramite e occasione per recuperare un qualche perduto senso di appartenenza rispetto al mondo circostante, introduce a una consapevolezza ecologica, che si dilata al paesaggio. Una pratica e frequentazione del giardino a partire dalle piante, una botanica per paesaggisti, percorsa, oltreché come approccio ed elemento ispiratore, anche come strumento operativo nella realizzazione di un giardino accogliente, tollerante. Che si prende cura di luoghi e piante, come noi, tendenzialmente cosmopolite, per farne un ponte nel dialogo tra artificiale e naturale.
Sapere allora vedere la bellezza che risiede nell’ordinario e nell’imprevisto dei molti giardini invisibili di cui è pieno il paesaggio naturale, affilarsi a riconoscerne tratti e sviluppi, va assieme alla capacità di metterli in luce, dar loro un nome e farne un’indicazione per un “paesaggismo ecosistemico”, dove le molte interazioni tra dimensione economico funzionale, estetica ed etica possano coabitare.
Antonio Perazzi, I giardini invisibili, Un Manifesto botanico, Utet, pp. 191, € 16.00 , recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica XIII, 27, Supplemento de Il Manifesto del 9 luglio 2023
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok